La Strage di Bologna del 2 agosto 1980 continua a essere al centro dell’attenzione giudiziaria. Il 15 ottobre, presso la Corte di assise di appello di Bologna, si terrà un incidente di esecuzione per discutere una richiesta avanzata dalla difesa di Gilberto Cavallini, ex terrorista dei Nar condannato all’ergastolo come uno degli esecutori materiali dell’attentato.
La richiesta di analisi del Dna
L’avvocato Gabriele Bordoni, difensore di Cavallini, ha presentato un’istanza per l’assunzione di una prova scientifica. Si chiede l’autorizzazione al genetista Emiliano Giardina di valutare l’origine ancestrale e la predizione del fenotipo del Dna prelevato dai resti riesumati dal cimitero toscano di Montespertoli, dove era sepolta Maria Fresu, una delle vittime della strage.
Durante il processo, le analisi avevano stabilito che il Dna di un lembo facciale presente nella bara non apparteneva alla donna. Secondo la difesa di Cavallini, questo lembo potrebbe appartenere a una persona sconosciuta, di sesso femminile, vicinissima alla fonte esplosiva al momento dell’attentato. L’avvocato Bordoni ha inoltre richiesto una comparazione di compatibilità con le altre donne vittime dell’attentato.
Le reazioni delle parti civili
Gli avvocati che assistono i familiari delle vittime, Andrea Speranzoni, Alessia Merluzzi, Lisa Baravelli e Alessandro Forti, hanno espresso preoccupazione riguardo alla fissazione di questa udienza. Secondo loro, si tenta di reintrodurre la pista palestinese già analizzata e ritenuta insussistente da tutte le sentenze definitive.
“Ancora una volta si tenta di mettere in discussione quanto accertato in ben due processi ed in tre gradi di giudizio”, hanno dichiarato i legali. Inoltre, hanno osservato che negli ultimi giorni sono state intraprese iniziative volte a delegittimare la decisione della Suprema Corte riguardo alla carcerazione di Cavallini.
“Una decisione chiarissima ed inequivocabile, oltre che rispettosa di tutti i principi di diritto e di tutte le garanzie costituzionali che governano il giusto processo”, hanno aggiunto. “Tali ultime iniziative confermano la necessità di proteggere i risultati giudiziari, faticosamente raggiunti, e a quanto pare non accettati, anche dopo la loro definitività sancita dalla Corte di Cassazione.”



