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Processo a Rossella Arquà: le ultime udienze e le dichiarazioni choc

Nuove rivelazioni nel processo a Rossella Arquà: le ultime udienze hanno portato alla luce testimonianze inedite e dettagli sorprendenti.

Processo a Rossella Arquà: le ultime udienze e le dichiarazioni choc

Il processo a Rossella Arquà, imputata per minacce nei confronti di Naomo, ha visto nelle ultime udienze nuove rivelazioni e testimonianze che hanno acceso i riflettori su un presunto accordo segreto tra l’ex consigliera e l’ex vicesindaco Nicola Lodi. Le dichiarazioni in aula hanno sollevato dubbi e aperto nuove piste investigative, mentre la difesa cerca di dimostrare l’innocenza dell’imputata.

Le dichiarazioni di Nicola Lodi e il presunto accordo segreto

Durante l’ultima udienza, il giudice Giuseppe Palasciano ha interrogato nuovamente Nicola Lodi riguardo a un messaggio WhatsApp inviato da Rossella Arquà a Naomo. Il messaggio, in cui Arquà chiedeva se la vicenda delle lettere minatorie dovesse rimanere tra loro, è stato interpretato dalla difesa come una prova del presunto accordo segreto tra i due. Lodi, però, ha categoricamente negato qualsiasi accordo, affermando: “Tra me e Arquà non c’è mai stato nessun tipo di accordo. Lo dirò sempre.”

L’ex vicesindaco ha spiegato che il suo intento era quello di mantenere la riservatezza sulle lettere minatorie per evitare che la notizia fosse pubblicata dai giornali. “Le dissi che quella vicenda doveva rimanere tra noi, che non doveva dire nulla, perché non volevo che la notizia delle lettere minatorie fosse pubblicata dai giornali. Questo era il vero obiettivo, anche perché la parola chiave in quel momento era riservatezza”, ha dichiarato Lodi.

Le motivazioni dietro le minacce

Il giudice Palasciano ha chiesto a Lodi di spiegare le motivazioni che avrebbero potuto spingere Arquà a inviare le lettere minatorie. Lodi ha descritto Arquà come una persona con un estremo bisogno di attenzione che reagiva in modo scomposto ogni volta che veniva esclusa o accantonata. “Ogni volta che qualcuno si avvicinava a me a livello lavorativo, ogni volta che la escludevo oppure la accantonavo, lei sfociava in reazioni scomposte”, ha affermato Lodi.

L’ex vicesindaco ha anche rivelato che Arquà si considerava il suo braccio destro ma lui non l’ha mai vista in quel modo. “Ho avuto solo collaboratori. A lei ho dovuto negarmi più volte e la mia unica convinzione è che questo laceramento di rapporto nei mesi l’ha portata a questa ricerca di attenzione. Quando iniziai a non considerare le minacce, iniziò ad auto minacciarsi. Ci potrei giurare oggi. Capiva e percepiva che in quel periodo la stavo allontanando. Si sentiva non gratificata e isolata. Non la portavo nemmeno agli incontri politici perché era imbarazzante. Non sapeva dialogare politicamente. Quello che ha fatto, lo ha fatto solo per vendetta”, ha dichiarato Lodi.

Le telecamere e i sospetti su Rossella Arquà

Un altro punto cruciale del processo riguarda le telecamere installate sulle automobili parcheggiate davanti alla sede della Lega di via Ripagrande. Gli avvocati Fabio Anselmo e Bernardo Gentile, difensori di Rossella Arquà, hanno incalzato Lodi riguardo alle dichiarazioni fornite al pubblico ministero Andrea Maggioni nell’ambito dell’inchiesta parallela per l’ipotesi di reato di peculato.

Lodi ha spiegato che le auto erano state lasciate davanti alla sede del partito nelle giornate del 30 aprile e il 5, mentre erano state rimosse nei giorni intermedi. Alla domanda sul perché di quella scelta, Lodi ha raccontato che fu ritenuto non necessario mantenere il presidio, poiché in quei giorni la sede della Lega era chiusa e non era prevista la presenza di nessuno.

La difesa ha sollevato dubbi sulla ricostruzione fornita da Lodi, evidenziando come i sospetti su Arquà sarebbero sorti soltanto il 26 maggio per via di un errore ortografico in una missiva, mentre la Digos aveva riferito di non avere individuato un possibile autore fino al 7 giugno. Matteo Benea, numero uno di Securfox, l’agenzia privata che aveva installato le telecamere in accordo con Lodi, ha riferito che il 5 Arquà si era avvicinata a una delle vetture, probabilmente sospettando qualcosa.

Le dichiarazioni di Fabrizio Bellini

In aula è stato sentito anche Fabrizio Bellini, all’epoca dei fatti coordinatore della Digos, oggi in pensione. Bellini ha riferito sull’attività operativa effettuata, dichiarando di essere stato contattato da Rossella Arquà nell’. “Mi disse che era stata recapitata una missiva dai toni minacciosi nei confronti del vicesindaco. Mi limitati a fare i sequestri di queste lettere e a informare i miei superiori. Ricordo che ogni due o tre giorni ne arrivava una, sembrava quasi uno scherzo. Dopodiché partì la successiva indagine, ma non ne feci parte perché passò tutto alla Sezione Investigativa. So che utilizzarono apparecchiature tecniche da parte di qualcuno che era interno alla segreteria e, in particolare di Arquà. Si era sospettato di lei, ma a me Lodi non me lo disse mai. Se si confidò con altri dei propri possibili sospetti, questo non lo posso sapere”, ha dichiarato Bellini.

Il processo tornerà in aula il 25 settembre per la discussione delle parti. Il giudice Giuseppe Palasciano ha rinunciato all’ascolto del testimone Cesare Capocasa, ritenendo sufficiente quanto emerso durante l’istruttoria dibattimentale fino a oggi.

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