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Bodycam e cellulare al centro delle indagini sulla morte di Abderrahim Fakir

Nuove criticità emergono nella gestione delle prove tecniche nel caso della morte di Abderrahim Fakir a Bologna. Scopri i dettagli.

Bodycam e cellulare al centro delle indagini sulla morte di Abderrahim Fakir

Nuove ombre si addensano sul caso della morte di Abderrahim Fakir il 42enne marocchino deceduto il 19 luglio al Pilastro di Bologna durante un intervento delle forze dell’ordine. Le ultime rivelazioni riguardano la gestione delle prove tecniche, in particolare della bodycam di uno degli agenti coinvolti e del cellulare della vittima.

L’avvocato Fabio Anselmo che rappresenta la famiglia di Fakir, ha sollevato gravi perplessità sulle modalità con cui sono state condotte le operazioni di analisi forense. Le criticità riguardano sia la catena di custodia delle prove sia le procedure seguite durante gli accertamenti tecnici.

Irregolarità nella gestione della bodycam

Al centro delle contestazioni c’è l’analisi della bodycam di uno dei due agenti intervenuti. Secondo Anselmo, quando il consulente tecnico della famiglia, l’ingegner Sergio Civino è entrato nel laboratorio dei Ris di Roma il dispositivo era già stato aperto e attivato. “Quando il nostro consulente è entrato, la bodycam era già stata attivata”, ha dichiarato Anselmo.

Il legale ha sottolineato che, sebbene non ci siano prove di alterazioni, le procedure seguite non sono state corrette. “Questo non significa che noi adombriamo chissà che cosa”, ha precisato, “però se facciamo un accertamento irripetibile deve essere alla presenza di tutte le parti”. Anselmo ha presentato un’istanza alla Procura di Bologna per formalizzare la segnalazione.

Il punto cruciale riguarda l’apertura del reperto. “Se mi convochi per l’apertura del reperto, l’analisi e la copia forense”, ha sostenuto Anselmo, “non puoi aprire il reperto, togliere il sigillo, senza che io sia presente”. La famiglia chiede chiarimenti sul motivo per cui la bodycam sia stata attivata prima dell’arrivo del consulente.

La richiesta sulla catena di custodia

Nell’istanza depositata, Anselmo ha richiesto copia degli atti relativi alla catena di custodia della bodycam, dal momento del sequestro fino alle operazioni effettuate a Roma. L’obiettivo è ricostruire documentalmente come il reperto sia stato custodito e gestito prima dell’analisi forense.

Anselmo ha anche sollevato dubbi sulla precedente diffusione delle immagini registrate dalla bodycam. “È tutto relativo perché comunque questa bodycam era stata già violata perché le immagini erano state già trasmesse”, ha affermato, riferendosi a una denuncia formale per rivelazione di segreto d’ufficio già presentata.

Criticità nella custodia del cellulare di Fakir

Un’altra criticità riguarda il cellulare di Abderrahim Fakir. Il dispositivo è stato sequestrato il 22 luglio ma è stato sigillato in una busta anti-effrazione solo una settimana dopo, il 29 luglio. Questo intervallo di tempo ha sollevato perplessità sul rispetto della catena di custodia.

“La corretta tenuta della catena di custodia avrebbe previsto la sigillazione del telefono al momento del sequestro, per garantire l’integrità dei dati”, ha spiegato Anselmo. Il cellulare avrebbe dovuto essere inserito in una busta di Faraday per inibire le comunicazioni e preservare i dati.

Anselmo ha anche criticato l’atteggiamento del consulente della Procura, definendolo “singolare e poco collaborativo”. Secondo il legale, l’analisi del telefono dovrebbe essere condotta nel contraddittorio con le parti, come previsto dall’articolo 360 del codice di procedura penale.

Intanto, i due agenti di polizia coinvolti, dopo essere stati messi in ferie e in malattia, sono tornati in servizio. Oggi i Ris di Roma hanno estratto la copia forense della bodycam, con la presenza del consulente della famiglia e la connessione da remoto del consulente informatico dell’avvocato che difende i poliziotti.

Le operazioni dei Ris di Roma sono considerate delicate, in quanto permetteranno di decifrare eventuali interventi sul supporto originale di ripresa audiovisiva. Anselmo ha espresso fiducia nelle operazioni, sottolineando l’importanza di preservare l’integrità delle prove.

Nel frattempo, l’avvocato ha annunciato l’intenzione di querelare un influencer che ha diffuso la teoria secondo cui Fakir sarebbe morto per l’assunzione di cocaina. “La presenza di cocaina nel sangue di Fakir, anche se venisse dimostrata, è assolutamente ininfluente”, ha dichiarato Anselmo, riferendosi ai rilievi autoptici che evidenziano infiltrazioni emorragiche dovute a pressione anomala sulla schiena della vittima.

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