La storia criminale nota come Uno Bianca è tornata a occupare le cronache giudiziarie con la riapertura di indagini che mirano a fare luce su episodi rimasti senza risposta. Dopo decenni dalla stagione di violenza che tra il 1987 e il 1994 sconvolse l’Emilia-Romagna e le Marche, le audizioni di alcuni detenuti e lo scontro tra versioni diverse riaccendono la tensione tra investigatori e familiari delle vittime.
Al centro della nuova fase ci sono le prossime interrogazioni di Roberto e Fabio Savicondannati all’ergastolo e attesi per un nuovo esame in carcere. Parallelamente emergono pentimenti, richieste di perdono e fatti processuali che riaprono domande sulla reale composizione del gruppo e sulle responsabilità rimaste nascoste.
Interrogatori a Bollate e le richieste dei familiari
È confermato che i fratelli Savi saranno ascoltati dagli inquirenti nell’ambito degli approfondimenti aperti per individuare eventuali complici e mandanti. La fissazione dell’udienza ha suscitato sorpresa tra i familiari, che chiedono risposte concrete e una verità credibile. Ludovico Mitiliniparente di una delle vittime uccise al Pilastro di Bologna il 4 gennaio 1991, ha espresso scetticismo verso le dichiarazioni rese finora, accusando i condannati di raccontare versioni contraddittorie invece di chiarire fatti irriducibili come la presenza di altri uomini nelle azioni criminali.
Domande specifiche sui fatti di Castel Maggiore e via Volturno
Tra i punti irrisolti indicati dal Comitato dei famigliari ci sono episodi con nomi e luoghi precisi: la sparatoria a Castel Maggiore del 20 aprile 1988, dove furono uccisi due carabinieri, e l’eccidio nell’armeria di via Volturno il 2 maggio 1991, in cui persero la vita la titolare e un ex appartenente dell’Arma. I parenti chiedono, ad esempio, di spiegare perché sulle scene non siano state rilevate impronte riconducibili ad alcuni imputati ma ad altri soggetti, e chi fossero esattamente il terzo e il quarto uomo citati dalle indagini.
Il pentimento di Marino Occhipinti e altri sviluppi giudiziari
In parallelo alle dichiarazioni dei due fratelli, un altro protagonista del passato della banda, l’ex agente condannato all’ergastolo Marino Occhipintiha manifestato pubblicamente pentimento e chiesto perdono alle famiglie delle vittime. La sua posizione è sempre stata ambivalente: pur essendo stato imputato in numerose azioni violente, Occhipinti è stato l’unico tra i principali membri del gruppo a intraprendere forme di collaborazione con la magistratura e a cercare un distacco da quella stagione criminale.
Queste aperture, tuttavia, non cancellano le domande più ampie: il bilancio complessivo della banda resta drammatico, con almeno 24 vittime e oltre 100 feriti nel periodo di attività, e la natura di alcune connessioni interne allo Stato e ai corpi di polizia continua a essere oggetto di dibattito.
Arresti e decessi che sollevano dubbi
Negli ultimi sviluppi processuali sono emersi altri fatti che alimentano sospetti e richieste di chiarezza. Tra questi c’è l’arresto, avvenuto a febbraiodi un uomo che aveva rilevato l’armeria al centro della vicenda: nella sua abitazione sarebbero state sequestrate armi e materiale esplosivo non registrato. Inoltre, la morte di un ex detenuto che aveva scontato la pena per fatti collegati alla banda e che avrebbe voluto parlare con gli inquirenti prima di morire ha alimentato perplessità sulla tempestività delle comunicazioni alle autorità e sulla possibilità che informazioni rilevanti non siano state condivise nei tempi dovuti.
Per i familiari delle vittime questi episodi ricordano lacune comunicative del passato, quando inefficienze tra procure e forze di polizia avrebbero favorito l’impunità e la sopravvivenza di depistaggi. L’attenzione è dunque rivolta non solo ai nuovi interrogatori ma anche alla qualità delle indagini sulle piste emerse nei decenni successivi.
Perché le audizioni possono essere decisive
Le prossime audizioni dei condannati rappresentano un’occasione per ottenere elementi nuovi o confermare ipotesi già sul tavolo degli inquirenti. Ogni dichiarazione può contenere dettagli utili su persone fino a oggi non identificate, su ruoli concreti nelle azioni criminali e su aspetti logistici come il reperimento delle armi e la gestione delle fughe. Per i familiari di chi ha perso la vita in quegli anni, la speranza è che emergano almeno parti di verità processuale in grado di spiegare il perché di una stagione così violenta.
Resta però centrale la diffidenza verso affermazioni che appaiono contraddittorie: perché, dicono i parenti, se c’è reale volontà di collaborazione non si possono sostenere versioni che non reggono ai fatti documentati. La strada verso una ricostruzione piena è ancora lunga, ma gli sviluppi giudiziari in corso costituiscono un passo importante per chi attende risposte da oltre trent’anni.



