La tensione sale a Coperion. Dopo il fallimento dell’ultimo confronto con l’azienda, i lavoratori hanno deciso di incrociare le braccia per otto ore il prossimo 9 settembre dalle 9 alle 12 con un presidio davanti ai cancelli dello stabilimento. Una decisione presa all’unanimità in assemblea mercoledì 2 settembre che segna un punto di non ritorno nella vertenza.
La rottura del tavolo sindacale e le accuse ai vertici
Il confronto sindacale del 1 settembre si è concluso senza un accordo. Secondo le segreterie territoriali di Filcams CgilFisascat Cisl e UilTuCs insieme alle rappresentanze sindacali aziendali, Coperion ha confermato la propria posizione: nessun ritiro dei licenziamenti, nessuna proroga dei tempi per trovare soluzioni alternative e, soprattutto, nessun mandato formale a un advisor per la reindustrializzazione.
La Regione Emilia-Romagna aveva indicato alcuni possibili advisor, ma dall’azienda non è arrivato alcun mandato esplicito per la vendita dell’attività. I sindacati accusano Coperion di una forte ritrosia alla cessione dello stabilimento, sostenendo che l’azienda voglia abbandonare il territorio senza permettere l’ingresso di nuovi concorrenti sul mercato.
La paura della chiusura definitiva
Senza un incarico preciso per la ricerca di un acquirente, i sindacati temono che un eventuale consulente si occupi solo della ricollocazione dei dipendenti. Uno scenario che, secondo loro, equivarrebbe alla chiusura definitiva dello stabilimento e alla perdita di un patrimonio produttivo e professionale difficile da sostituire.
La battaglia per salvare lo stabilimento
Al centro della battaglia c’è la richiesta di salvare lo stabilimento attraverso una cessione. I sindacati descrivono Coperion come un sito sano, profittevole e con competenze professionali d’eccellenza un patrimonio industriale che non dovrebbe essere disperso.
Le organizzazioni sindacali accusano la proprietà di capitalismo finanziario predatorio sostenendo che la decisione di abbandonare lo stabilimento non sia dettata da una crisi economica, ma da strategie industriali legate a logiche di profitto. Vogliamo mandare un segnale forte e chiaro a una proprietà che si sta dimostrando totalmente indifferente alle ricadute sociali sul territorio affermano le tre sigle sindacali.
Per gli 80 lavoratori e le loro famiglie, il 9 settembre sarà la prima risposta dopo la rottura del tavolo: otto ore di sciopero per chiedere che alla chiusura dello stabilimento venga contrapposta un’alternativa. La vertenza si sposterà ora sul piano amministrativo, approdando al tavolo ministeriale.



