Andrea Iavarone, condannato per l’omicidio di Chiara Gualzetti, è stato trasferito dal carcere minorile di Quartucciu, in Sardegna, al carcere per adulti di Bancali, a Sassari. La decisione è arrivata dopo un grave episodio di violenza nei confronti di un altro detenuto. La famiglia Gualzetti, attraverso l’avvocata Valentina Presicce, ha reso noti i dettagli del trasferimento, riaprendo il dibattito sulla pericolosità sociale di Iavarone e sull’eventuale concessione di benefici penitenziari.
Chiara Gualzetti aveva solo 15 anni quando fu uccisa il 27 giugno 2021 in una zona isolata di Monteveglio, nel Bolognese. Secondo le ricostruzioni giudiziarie, Iavarone aveva portato la ragazza con il pretesto di fare una passeggiata. L’omicidio fu particolarmente crudele: Chiara venne colpita ripetutamente con un coltello e con calci e pugni. Dopo il delitto, Iavarone fotografò il corpo della vittima e il coltello insanguinato, dimostrando una totale assenza di empatia e di senso di colpa.
Il trasferimento e gli episodi di violenza
Il trasferimento di Iavarone è stato determinato da un grave episodio avvenuto nella mensa dell’Istituto penale per minorenni di Quartucciu. Secondo la ricostruzione dell’avvocata Presicce, Iavarone e un altro detenuto avevano nascosto nei pantaloni una piccola lama e un pezzo di vetro, aggredendo poi un altro detenuto. Dopo l’aggressione, Iavarone raccolse con le dita del sangue presente sul pavimento, leccandolo e pronunciando la frase: “Questo è il sangue di quel bastardo, non è il mio. Lo riconosco”.
L’équipe trattamentale di Quartucciu ha rilevato ulteriori criticità nel comportamento di Iavarone. La collaborazione mostrata durante il percorso è stata valutata come strumentale all’ottenimento di benefici penitenziari, con atteggiamenti manipolativi e una regressione comportamentale nel momento in cui Iavarone avrebbe percepito come improbabile la concessione di permessi premio. L’équipe ha segnalato un rischio per la sicurezza dell’ambiente detentivo e atteggiamenti di sopraffazione psicologica nei confronti di altri detenuti.
Le richieste della famiglia Gualzetti
L’avvocata Valentina Presicce ha avviato una serie di richieste per ricostruire il percorso detentivo di Iavarone e conoscere eventuali provvedimenti disciplinari o benefici concessi. Una delle vicende riguarda il periodo trascorso all’Ipm del Pratello di Bologna, dove sul profilo Instagram di un altro detenuto erano apparse alcune fotografie di Iavarone in posa con il segno della “V” accompagnate dalla parola “Killer” e da un cuore. Per quell’episodio, Iavarone era stato sanzionato con cinque giorni di esclusione dalle attività in comune.
Presicce ha presentato un’istanza di accesso agli atti al magistrato di Sorveglianza per i minorenni di Bologna, poi rigettata. Successivamente, si è rivolta al ministero della Giustizia e al Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità, ottenendo informazioni che hanno confermato la gravità del comportamento di Iavarone. “Le informazioni acquisite delineano un quadro di estrema gravità“, afferma Presicce, secondo la quale “il trasferimento a una struttura per adulti rappresenta una misura necessaria alla luce del rischio criminogeno elevato e degli episodi di violenza documentati”.
La richiesta di rendere il femminicidio un reato ostativo
La legale della famiglia Gualzetti torna a porre il tema dei benefici penitenziari per chi è stato condannato per delitti particolarmente gravi. Presicce sostiene la necessità di rendere il femminicidio un reato ostativo, limitando così l’accesso ai benefici penitenziari. “Lo Stato ha il dovere di garantire la sicurezza delle donne e della società”, afferma, chiedendo che nella valutazione dei permessi venga attribuito un peso centrale alla pericolosità sociale del condannato.
Presicce collega il caso Gualzetti a quello di Noemi Durini, la 16enne uccisa nel Salento nel 2017. La legale assiste anche la madre di Noemi, Imma Rizzo, e nel 2023 aveva chiesto la documentazione relativa ai permessi premio concessi a Lucio Marzo, condannato per l’omicidio. La richiesta era arrivata dopo che Marzo era stato fermato ubriaco alla guida durante uno dei permessi. Presicce sostiene che quell’episodio abbia posto interrogativi sulla valutazione della pericolosità sociale e sull’efficacia dei controlli.
“Continuerò a stare vicino alle famiglie delle vittime per restituire dignità e giustizia alle loro figlie e per dare voce a chi non può più parlare”, conclude l’avvocata.



