La fotografia scattata dalla Federazione dei medici internisti ospedalieri (Fadoi) durante il 31esimo Congresso nazionale descrive reparti di Medicina interna sotto forte tensione. Dalle regioni emerse nella survey—Emilia-Romagna, Puglia e Umbria—escono segnali coerenti: personale sfiancato, utilizzo non uniforme di professionisti autonomi e istanze chiare per riorganizzare l’offerta assistenziale. I dati evidenziano non solo un problema di benessere lavorativo, ma anche potenziali ricadute sulla qualità delle cure e sulla sicurezza dei pazienti.
Il disagio psico-lavorativo: percentuali che non si possono ignorare
In Emilia-Romagna l’indagine regionale indica che l’80% dei medici internisti ospedalieri ha sperimentato fasi di burnout, mentre il 64% segnala un peggioramento delle condizioni lavorative rispetto al passato e circa un quarto del campione valuta l’ipotesi di lasciare l’impiego prima della fine della carriera. In Puglia la percezione resta critica: un medico su cinque dichiara l’intenzione di anticipare l’uscita dal lavoro, il 60% riporta episodi di burnout e il 20% si trova in uno stato di esaurimento attuale. In Umbria oltre la metà ha vissuto in passato il fenomeno, pur con indicatori complessivamente meno acuti rispetto ad altre aree.
Impatto sulla sicurezza clinica
Tra le preoccupazioni più citate emerge il nesso tra organici ridotti, ricorso ai gettonisti e potenziali errori in pratica clinica: in Emilia-Romagna l’88% dei rispondenti ritiene che la combinazione di personale insufficiente e presenze temporanee possa aumentare il rischio di incidenti assistenziali. Questo elemento sottolinea come il problema non sia solo di tutela dei professionisti, ma anche di garanzia della qualità e continuità delle cure per i pazienti più fragili.
Il ruolo dei gettonisti e la difficoltà a garantire continuità
La ricerca mostra che nelle unità operative di Medicina interna il ricorso a professionisti autonomi è generalmente contenuto: in Emilia-Romagna il 76% delle unità non utilizza gettonisti, mentre in Puglia il dato sale al 90%. Tuttavia nei pronto soccorso il fenomeno è più visibile: in Emilia-Romagna il 36% dei rispondenti segnala l’uso di medici a chiamata, in Puglia la percentuale è del 30%. In Umbria il ricorso agli autonomi nelle medicine interne è limitato, ma rimane più evidente in pronto soccorso, con possibili ripercussioni sul percorso del paziente dall’arrivo in emergenza al ricovero in reparto.
Perché il pronto soccorso è un nodo critico
Il pronto soccorso funge spesso da porta d’ingresso per pazienti anziani e pluripatologici che poi vengono assistiti in Medicina interna: se la valutazione iniziale, il trasferimento e la continuità delle informazioni non sono garantiti da team stabili, aumentano le probabilità di ritardi diagnostici o di discontinuità terapeutica. Per questo Fadoi richiama l’attenzione sull’importanza di team consolidati e di processi organizzativi che preservino la qualità assistenziale lungo l’intero percorso ospedale-territorio.
Le proposte dei medici: priorità e soluzioni richieste
Tra le misure ritenute urgenti dai partecipanti alla survey, la principale è l’assunzione stabile di personale medico e infermieristico: questa proposta ottiene il consenso del 60% degli intervistati in Emilia-Romagna e in Puglia, e rappresenta la prima richiesta anche in Umbria. La riclassificazione delle Medicine interne come reparti a medio-alta intensità di cura è indicata con forza in Puglia (70%) e citata come priorità anche nelle altre regioni, insieme al rafforzamento dell’integrazione tra ospedale e servizi territoriali (44% Emilia-Romagna, 30% Puglia). Queste azioni sono viste come strumenti chiave per prevenire il burnout e migliorare la sicurezza.
Un appello alla politica sanitaria
I presidenti regionali Fadoi—Federico Lari per Emilia-Romagna, Salvatore Lenti per Puglia ed Ettore Marini per Umbria—sottolineano che non si tratta di rivendicazioni corporative, ma di interventi necessari per tutelare la salute degli operatori e la sicurezza dei pazienti. L’idea comune è che, oltre a incrementare i numeri, sia necessario adeguare l’organizzazione dei reparti alla reale complessità dei pazienti, valorizzando il ruolo delle équipe multidisciplinari e i percorsi integrati ospedale-territorio.
Verso una medicina interna sostenibile
La survey indica una traiettoria chiara: senza organici adeguati, continuità dei team e riconoscimento della complessità assistenziale, la sostenibilità delle Medicine interne resterà compromessa. Per invertire la rotta servono scelte strutturali che riducano il ricorso a soluzioni temporanee, potenzino la stabilità del personale e migliorino l’integrazione con i servizi territoriali. Solo così si potrà creare un ambiente di lavoro più sostenibile e garantire cure più sicure per i pazienti.