Il Museo San Domenico di Imola accoglie dal 17 ottobre 2026 una esposizione che si distingue per la sua intensità emotiva e per il metodo di narrazione poco convenzionale. “Ultima spiaggia. Odissee e naufragi dei migranti nel Mediterraneo orientale” è frutto del lavoro di Italo Rondonella fotografo che dal 2013 vive in Turchia e documenta ogni giorno la cosiddetta rotta orientale. L’allestimento, frutto della collaborazione tra Imola Musei, l’Associazione Segni del Moderno e la Galleria d’arte Bottega Gollini, promette di offrire ai visitatori non solo immagini, ma anche suoni e oggetti reali riportati dalla riva, trasformandoli in veri e propri testimoni di una crisi umanitaria.
Il percorso espositivo è stato curato dal direttore dei musei civici di Imola, Diego Galizzi insieme a Giorgio Bolognesi e Luigi Foschini. L’inaugurazione, tenutasi sabato 17 ottobre alle ore 11, ha visto la partecipazione del sindaco Marco Panieri dell’assessore alla cultura Giacomo Gambi e, naturalmente, dello stesso Rondinella. L’ingresso è stato dichiarato libero e gratuito, per consentire a quante più persone possibile di confrontarsi con una realtà spesso relegata ai titoli dei giornali. Gli orari di apertura, dal venerdì 15-19 e nei weekend 10-13 e 15-19, permettono una fruizione flessibile per il pubblico locale e per i turisti che visitano Imola.
Inaugurazione e dettagli organizzativi
La cerimonia di apertura è stata caratterizzata da una serie di interventi che hanno messo in luce l’importanza culturale e sociale della mostra. Oltre ai rappresentanti istituzionali, è stato presente anche il patrocinio della Regione emilia romagna e di Medici senza frontiere che hanno sottolineato il valore educativo dell’opera nel combattere l’indifferenza verso le sofferenze dei migranti. Il contributo finanziario della Fondazione Cassa di Risparmio di Imola è stato fondamentale per la realizzazione di un’installazione capace di integrare fotografie, registrazioni audio e frammenti di vita reale creando un’esperienza multisensoriale che coinvolge il visitatore in una riflessione profonda.
Il percorso della rotta orientale: da Turchia a Europa
La rotta orientale è quella che, partendo dalle coste turche, porta i migranti – soprattutto provenienti da Siria, Afghanistan e Iraq – verso destinazioni come Grecia, Cipro e Bulgaria. Tra il 2015 e il 2016, questo itinerario ha vissuto il suo picco più drammatico, con un afflusso stimato di quattrocentomila afgani e duecentomila iracheni. Rondinella ha trascorso anni su quella stessa costa, osservando e raccogliendo gli oggetti che i profughi abbandonano in preda alla paura o che il mare restituisce dopo i naufraghi: scarpe logore, biberon, chiavi arrugginite, vestiti scoloriti dal sole e dalla salsedine. Ogni elemento, una volta esposto, diventa una testimonianza silenziosa di speranze infrante e di tragedie spesso dimenticate.
Picchi migratori del 2015-2016
Le cifre riportate dal commissariato di immigrazione mostrano chiaramente quanto sia stato intenso il flusso migratorio in quegli anni: quattrocentomila afgani e duecentomila iracheni hanno tentato il viaggio, molti dei quali naufragando nelle acque turche. Le immagini catturate da Rondinella non sono semplici ritratti, ma scandagli di un paesaggio umano dove l’oggetto più piccolo – una catenina, una medaglia, un sacchetto di medicine – rivela la personale storia di chi lo ha lasciato alle spalle. La mostra, quindi, non si limita a raccontare numeri, ma restituisce al pubblico la concretezza di vite interrotte.
Il linguaggio della mostra: foto, suoni e oggetti
Il progetto di Rondinella si differenzia per la sua capacità di far dialogare più sensi. Oltre alle fotografie a elevata risoluzione, gli spettatori possono ascoltare registrazioni ambientali catturate sulla riva: il rumore del mare agitato, i sussurri di chi attende, i richiami lontani di barche di soccorso. Accanto alle immagini, sono disposti oggetti fisici, presentati in vetrine illuminate con cura, così da evidenziare i dettagli di ogni materiale. L’uso di elementi tattili invita chi visita a percepire, quasi accidentalmente, la texture di una scarpa usurata o la ruvidità di un sacchettino di medicinali. Questo approccio permette di trasformare la memoria collettiva in un’esperienza diretta, rendendo la tragedia dei migranti una realtà palpabile per ogni osservatore.



