Il processo Ten è arrivato al centro del tribunale di Bologna, dove quattro rinomati appartenenti alla ’Ndrangheta sono stati posti alla difensiva. La Direzione distrettuale antimafia di Bologna ha presentato un dossier dettagliato che descrive come la cosca si sia riorganizzata, ricorrendo a armi da fuoco a intimidazioni contro strutture pubbliche e private e a una rete di falsificazioni documentali finalizzate al riciclaggio di denaro.
Le quattro imputate del processo Ten
Le persone coinvolte sono identificate con i nomi di Antonio ManciniFrancesca RuggieroSalvatore Vitale e Giuseppe Leone. Tutti e quattro sono stati accreditati dalla magistratura come capi di filiera responsabili della direzione operativa della struttura calabrese presente sul territorio emiliano. La polizia giudiziaria, mediante intercettazioni telefoniche e sopralluoghi, ha ricostruito i loro ruoli: Mancini è stato definito il “capo logistico”, Ruggiero la “responsabile delle presse” e Vitale e Leone i “capi operativi” del comparto armi.
Identità e ruolo nella cosca
Gli inquirenti hanno sottolineato come la dualità di competenze tra i quattro accusati abbia permesso all’organizzazione di espandere il proprio controllo su attività illecite tradizionali e su nuovi settori, tra cui il mercato nero delle armi leggere e l’acquisto di documenti falsi per mascherare il flusso di denaro. Le testimonianze di collaboratori di giustizia hanno confermato che le decisioni strategiche venivano prese in riunioni segrete, spesso svoltesi nelle zone periferiche di Bologna, con l’ausilio di cellulari criptati.
Le accuse: armi, intimidazioni e falsificazioni
Il capitolo più grave del fascicolo riguarda il traffico di armi da fuoco con un valore complessivo stimato in oltre 2,5 milioni di euro. Le autorità hanno sequestrato due carrelli di veicoli contenenti pistole, fucili d’assalto e munizioni, pronti a essere introdotti nella rete di vendita illegale del Nord Italia. Parallelamente, la Procura ha documentato una serie di intimidazioni rivolte a imprenditori locali, costretti a pagare “tasse di protezione” mediante minacce di violenza. Infine, le indagini hanno portato alla luce un complesso sistema di falsificazione di bilanci aziendali e di documenti di identità utilizzati per giustificare l’acquisto di immobili e per riciclare i proventi illeciti.
Reazioni delle autorità e prospettive per il futuro
Il Direttore della Direzione distrettuale antimafia di Bologna ha dichiarato che il processo Ten rappresenta un punto di svolta nella lotta contro la presenza della ’Ndrangheta nella pianura padana. Le forze dell’ordine hanno già avviato ulteriori indagini per individuare eventuali collaboratori esterni e per interrompere la catena di approvvigionamento delle armi. La difesa, dal canto suo, ha annunciato l’intenzione di presentare una serie di ricorsi, sostenendo che le prove raccolte potrebbero non essere sufficienti a dimostrare la responsabilità diretta dei suoi assistiti. Il giudizio, previsto per la prossima primavera, sarà decisivo sia per le quattro imputate sia per l’intero assetto criminale della ’Ndrangheta nella regione.



