Il 19 luglio scorso, a Bologna, quattro volontari della Croce Rossa sono stati chiamati a soccorrere Abderrahim Fakir, un 42enne in crisi respiratoria per una grave intossicazione da cocaina. L’intervento, avvenuto in via Svevo al Pilastro, è stato al centro di un’inchiesta della Procura, che ha prodotto una relazione medica concludendo che la causa della morte è stata un’insufficienza respiratoria acuta su base ipossica, scatenata da un’emorragia alveolare massiva.
Le conclusioni dei consulenti della Procura
I periti incaricati dalla Procura hanno confermato che la dinamica fisiologica del decesso è stata legata a emorragia alveolare massiva e intossicazione acuta da cocaina. Secondo la loro analisi, la posizione prona del paziente ha aggravato la carenza di ossigeno, rendendo quasi impossibile un recupero, con una probabilità di sopravvivenza stimata intorno al 15 %.
Codice verde e tempi di risposta
Secondo la documentazione depositata, l’equipaggio ha ricevuto il codice verde e le informazioni limitate disponibili, ma è riuscito ad arrivare sul luogo in circa 13 minuti, rispettando i parametri previsti per quel livello di emergenza. La contro-consulenza sottolinea che il ritardo di alcuni minuti, spesso citato nei media, non ha avuto alcun impatto sulla evoluzione clinica del paziente.
La contro-consulenza dei volontari della Croce Rossa
L’avvocato Mario Simoni, difensore dei quattro soccorritori, ha presentato una relazione di venti pagine elaborata dal professor Benedetto Vergari e dal dottor Giovanni Maria Puddu. Il documento concorda con la causale indicata dalla Procura, ma aggiunge precisazioni sulla condotta dei volontari: l’attivazione del mezzo medicalizzato è stata “proattiva” e la richiesta di un’automedica è stata avanzata già alle 12:36, subito dopo il contatto con il paziente.
Nel frattempo, i volontari hanno segnalato che l’uomo era “violento, sputava, mordeva”, fattori che hanno impedito un immediato trattamento diretto. La relazione evidenzia inoltre che tra le 12:38 e le 12:42 il paziente non era in arresto cardiaco, contraddicendo l’idea di un “ritardo critico”.
Per quanto riguarda la rimozione delle manette, la contro-consulenza osserva che tale decisione non spettava ai soccorritori, ma è stata comunque effettuata nell’interesse della sicurezza del paziente. Le compressioni effettuate sono state giudicate “efficaci”, ma, come confermato anche dai consulenti della Procura, nessuna condotta dei soccorritori avrebbe potuto invertire l’esito fatale, dato il grave stato di salute al loro arrivo.
Il documento chiude con la valutazione che la condotta dei volontari è stata “adeguata in rapporto a circostanze, compiti loro assegnati e tempestività e qualità delle manovre rianimatorie”. La Procura, entro i termini del modello d’inchiesta ’45-bis’, deciderà se procedere con l’iscrizione a modello 21, che potrebbe portare a una prosecuzione dell’inchiesta o a una richiesta di archiviazione.



